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LA SCOMMESSA DI BRUNO LEONE

di Fabrizia Ramondino

Bruno Leone è di Montemurro in Lucania. Suo padre, pittore, si trasferì a Napoli per insegnare all’Istituto d’arte, di cui divenne direttore. Anche sua madre era pittrice ed è morta all’improvviso mentre Bruno dava uno spettacolo di Pulcinella in Piazza San Domenico Maggiore. Durante lo spettacolo un gruppo di peruviani si apprestava a suonare. Bruno, finito lo spettacolo, ha fatto una colletta per i peruviani, così invitando il pubblico: non fate fare una brutta figura a Pulcinella! Sua madre sarebbe stata contenta di quell’atto di solidarietà verso degli occasionali rappresentanti di un sud del mondo. Maria e Giuseppe Leone si sono sempre impegnati in prima persona per il riscatto del nostro Mezzogiorno e sono stati vicini a Rocco Scotellaro, Manlio Rossi Doria, Carlo Levi, Leonardo Sinisgalli.

Ho conosciuto Bruno nel ’72 nelle riunioni del Centro di Coordinamento Campano, la piccola organizzazione della nuova sinistra di cui facevamo parte. Studiava allora architettura ma il suo impegno politico era rivolto agli operai piuttosto che agli studenti e l’inchiesta pratica gli interessava di più del dibattito teorico. Si intuiva nei suoi silenzi una voce di poeta, che non sarebbe mai stato “laureato”, in alcuni particolari del suo abbigliamento un dandysmo contadino, che non sarebbe mai diventato affettazione o maniera, nei bizzarri oggetti che riempivano le sue tasche, spesso costruiti da lui, una fanciullesca gioia del possesso magico, una predilezione per l’artigianato e per l’arte povera - in opposizione forse alla troppa cultura “alta” che lo soffocava a casa.

Geppetto in un pezzo di legno udì la vocina di Pinocchio, Bruno in se stesso udì la voce chioccia di Pulcinella. Pinocchio diventò poi da burattino un uomo. Bruno è diventato Pulcinella e senza quest’ultimo non saprebbe vivere la sua vita di uomo.

Finiti i movimenti politici Bruno e io ci siamo un po’ persi di vista, finché cominciò a riapparire a casa, portando le sue novità - la laurea, l’assunzione in base alla legge 285 al comune come architetto dei giardini (ma quali giardini a Napoli?), il suo matrimonio con Nina, un’esile dottoressa in medicina dagli occhi incantati e raggianti come quelli di Teresina, la fidanzata di Pulcinella, la nascita dei due bambini - e soprattutto le sue magie - i burattini che aveva costruito; Pulcinella e Teresina naturalmente, ma anche il carabiniere, il boia, la morte il gallo, il prete, che animava per mia figlia e per i suoi piccoli amici; e i copioni, quelli della tradizione e quelli scritti da lui; e la bella storia del suo apprendistato presso l’ultimo burattinaio di Napoli, Nunzio Zampella.

Nunzio era vecchio e amareggiato quando Bruno lo ha conosciuto. Aveva rinunciato agli spettacoli in strada perché il pubblico non “chiamava” più, aveva messo in vendita burattini, copioni, scene, teatrino. Il museo del S. Carlo non aveva saputo che farsene , li aveva comprati invece il museo del Piccolo Teatro di Milano. Con Bruno Nunzio era stato all’inizio burbero e scostante, poi si era meravigliato: perché mai voleva imparare un’arte che non piaceva più a nessuno? Ma dinanzi alla sua insistenza gli rivelò a poco a poco ogni segreto. Fra le magie che ogni tanto Bruno portava a casa mia, comparve a un certo punto la pivetta - che contrariamente al detto popolare è un vero segreto di Pulcinella, di cui è gelosissimo. La pivetta è uno strumento che si inserisce tra la lingua e il palato e che usata abilmente conferisce a Pulcinella la sua voce chioccia. L’abilità è vitale: se non si manovra bene la pivetta si rischia di ingoiarla e di rimanerne soffocati. Il vero Pulcinella si distingue da quelli finti per l’uso della pivetta. Lo statuto dell’associazione dei punch inglesi prevede che può essere accettato come membro solo chi padroneggia la pivetta.

Ma le pivette che Bruno mi mostrava non erano vere pivette. Nunzio, come tutti gli antichi maestri d’arte era restio a rilevare l’ultimo e essenziale segreto. Voleva anche mettere alla prova l’allievo, cedere solo a cospetto di una vocazione autentica e tenace. Perciò Bruno fabbricava le più varie pivette, con i più vari materiali, finché Nunzio, riconoscendo un giorno che Bruno si era sufficientemente approssimato al segreto, aveva aperto con solennità il cassetto del comò e gli aveva consegnato la sua. Una vera e propria regale investitura - rari sono i re che cedono lo scettro al più giovane.

Nunzio in vecchiaia fu assunto come usciere in una circoscrizione comunale. L’ho conosciuto dopo il terremoto dell’80. Mi ero fatta raccomandare da Bruno, non solo perché volevo conoscerlo, anche perché mi facesse da guida nei meandri della burocrazia. Era uno di quei napoletani magri e asciutti, dal viso scavato e dagli occhi mobili e spiritati alla Eduardo.

C’era un’ultima cosa che Bruno non sapeva fare: andare in giro a chiedere soldi dopo lo spettacolo. Nunzio scese con lui una mattina a fare spettacolo nella villa comunale e glielo insegnò, lo costrinse a farlo. Non si trattava di chiedere la carità, ma di esigere un tributo.

Perché Pulcinella ha la voce chioccia, una voce per metà animale per metà umana, come immaginiamo quella degli animali parlanti delle Fiabe? Perché è una creatura in cui anima e corpo non sono scissi e in lui la parola, con tutta la sua complessa struttura mentale, è nel contempo terrestre.

E perché l’animale è un volatile? Pulcinella viene da pullus. I gallinacei, i più diffusi animali da cortile - e Pulcinella secondo la leggenda è originario di Acerra, presso le rovine dell’Atella osca, o di Giffoni presso Benevento, la città delle streghe - hanno le ali, ma se tentano di volare troppo in alto non ci riescono. Anche le sirene di Ulisse volavano basso, se ne stavano per lo più appollaiate sui loro scogli che si chiamano “Li Galli”. Quando Persefone, mentre giocava su un prato con le sirene, fu rapita da Plutone, sua madre Demetra rimproverò aspramente le sirene perché non avevano sorvegliato bene la figlia accusandole persino di connivenza col rapitore. Come le sirene, anche Pulcinella ha dimestichezza con gli inferi. La morte, prima del carabiniere e del boia, è il suo principale antagonista. Allude a questa dimestichezza il suo abbigliamento, camicione bianco, maschera nera: i non colori.

Pulcinella ha spesso un pancione - raramente è il pancione del sazio, perché ha sempre fame e sete, come i poveri e gli assetati di giustizia. Allora è incinto? Sì, ma di un uovo, un uovo magico come quello che il mago Virgilio nascose in Castel dell’Ovo.

Ha però anche una gobba e un berretto conico. A volte è solo quel berretto conico. Insomma è un gallo. Ma il gallismo è estraneo al suo amore per le donne.

Sulla storia di Pulcinella, sulle sue antiche origine, sulle sue bizzarre caratteristiche hanno scritto molti dotti e poeti. Anche lo scrittore Domenico Rea e di recente gli studiosi Romeo Di Maio, Luigi Lombardi-Satriani, Domenico Scafoglio. Ma Bruno ne ha intuito il carattere interrogandolo direttamente e obbedendo alle sue suggestioni.

Non a caso Pulcinella è tornato a Napoli dopo il terremoto dell’80. I napoletani, che avevano temuto per le loro vite e per le loro case, riscoprirono allora l’identità della loro città, che per alcuni anni avevano considerato come una quinta del villaggio globale. Ma se i napoletani dovessero dimenticarla di nuovo, di nuovo Pulcinella se ne andrebbe.

È questa la scommessa di Bruno Leone.

 

BRUNO LEONE, PULCINELLA

di Renato Rizzardi

A Napoli la rinascita di Pulcinella è un merito da attribuire a Bruno Leone che da quasi  venti anni ne indossa ‘o cammesone. Leone è Pulcinella dal 1979, da quando ha raccolto la maschera dall’ultimo guarattellaro attivo a Napoli, Nunzio Zampella. “Ho conosciuto Zampella alla fine del 1978 – ricorda - avevo 28 anni e facevo l’architetto al comune, dopo ho abbandonato questa professione per fare il burattinaio”.  Alla fine degli anni ’70 Pulcinella era quasi completamente scomparso a Napoli e pochi altri nel resto dell’Italia (come Renato Barbieri in provincia di Napoli, i Fratelli Ferraiolo a Salerno o Carlo Piantadosi a Roma) tenevano in vita il repertorio. Da tempo aveva abbandonato il teatro, se non per comparire molto raramente in qualche riallestimento di classici ottocenteschi; restava nelle strade e solo nel teatrino delle guarattelle di Zampella. Nel ‘78 però l’anziano maestro a seguito di una malattia alle corde vocali, decide di smettere, decretando di fatto la fine della maschera. Fece i suoi ultimi trionfali spettacoli al Piccolo Teatro di Milano, invitato da Roberto Leydi, su indicazione di Roberto De Simone,  e, proprio qui, nel capoluogo lombardo avrebbe di lì a poco lasciato tutti i suoi materiali, mollando, è il caso di dirlo, baracca e burattini. A questo punto interviene Bruno Leone: “Quando ho conosciuto Nunzio – ricorda -  lui non aveva più nulla. Ho ricostruito, allora, gli strumenti del suo lavoro soprattutto perché lui potesse ricominciare. Dopo un po’ di tempo, di fronte alla mia ostinazione e alla mia decisione di riprendere quest’arte anche senza di lui si è lasciato convincere, penso soprattutto per insegnarmi. Dal 1979 e fino a poco prima che morisse (nel 1986) ha ripreso a lavorare con me, in società”. Con Zampella e Leone  quest’arte ritorna sotto gli occhi di tutti e altri giovani artisti, come Salvatore Gatto e Maria Imperatrice, si avvicinano a Pulcinella e al teatro delle guarattelle, e, dopo di essi altri ancora, come Lia Colucci, Annamaria Di Stefano, Roberto Vernetti, Adele Fuccio, Aldo de Martino, Luigia Aiello, Gaspare Nasuto nei successivi 20 anni a scongiurarne definitivamente  la scomparsa. Recuperata la tradizione però il Pulcinella doveva fare i conti con il necessario rinnovamento del repertorio per evitare che tutto fosse vanificato dalla definitiva disaffezione del pubblico. “Già dall’inizio, già dal 1979, iniziavo a mescolare le carte, ad introdurre cioè elementi di novità nei miei spettacoli. Sempre conservando stretto il rapporto con la tradizione, con quello che ho imparato da Nunzio Zampella  proponendolo ancora nel mio repertorio, ho cominciato a contaminare il mio Pulcinella con altri miti e facendolo vivere nella nostra epoca alle prese con accidenti “sincronici”.

Nel corso degli anni il Pulcinella di Bruno Leone diventa attento osservatore e interprete di tanti  argomenti di impegno civile sia in teatro che nelle strade: sostiene la Pantera, lavora con i disabili e con essi realizza nei 13 anni del Carnevale di Napoli, autoprodotto “Pulcinella alla gogna”, tantissimi interventi teatrali, lavora nei centri sociali e non manca mai alle feste popolari che sopravvivono ancora in città. In teatro si schiera contro la guerra in Iraq in “Pulcinella va alla guerra  spettacolo del 1991 per la regia di Renato Carpentieri; nel 1995, dopo la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, Pulcinella denuncia la seduzione del potere attraverso il confronto scontro con Don Giovanni  nello spettacolo “Il convitato di Pezza”, regia di Davide Iodice, musiche eseguite dal vivo da E’ Zezi; nel 1999 si confronta e trasporta la delusione cocente dei rivoluzionari del 1799 ne "Pulcinella ’99, voglia d’utopia”, regia di Bruno Leone, con Salvatore Gatto e Paola Carbone.   “La caratteristica costante del mio lavoro è che in realtà tutti i temi anche se legati a dei fatti particolari, di cronaca o di costume, assumano un carattere universale: la guerra, la rivoluzione, l’amore, il tradimento sono proposti come archetipi, temi generali e ricorrenti nel rito esorcizzante dello spettacolo di guarattelle ”.

In uno dei suoi ultimi spettacoli (l’ultimo è “Pulcinella contro Gigiotto”, provocazione ideata in occasione del G8) “Il segreto di Pulcinella” regia di Renato Carpentieri, mette in scena l’amore. “Ho sempre proposto nei miei spettacoli argomenti per me importanti. Pulcinella si è confrontato con la guerra, con il tradimento, con la rivoluzione e adesso si confronta con l’impegno più grande: l’amore. L’idea dello spettacolo – spiega Bruno Leone - è nata tra la gente, come spesso avviene per il teatro di Pulcinella. Alla fine di uno spettacolo nei Quartieri Spagnoli di Napoli, tanti bambini  si erano fermati per fare delle domande a Pulcinella. Volevano, ad esempio, sapere come facevo a parlare con questa voce. Più che spigare che essa era ottenuta mediante uno strumento metallico, la pivetta, posto in prossimità della gola, mi piaceva l’atmosfera che si era creata e preferii lasciare un piccolo mistero intorno al fatto. Questo è un segreto! Risposi, ma loro non mi lasciavano: “vogliamo sapere qual è il segreto di Pulcinella”.  Non se ne veniva fuori … così dissi loro che il segreto di Pulcinella è scoprire l’importanza delle cose che non sono importanti. Ma non sapevo neanche io che voleva significare. I bambini mi presero sul serio e  dopo alcuni  minuti una di loro, molto emozionata, mi si avvicinò e, sottovoce, nell’orecchio, mi disse: io l’ho capito è l’amore”.

In venti anni il Pulcinella di Bruno Leone non ha conosciuto soste, lavorando in tanti progetti a Napoli e producendosi in lunghe tournée in tutto il mondo. In uno di questi suoi viaggi, nel 1988 a Mosca, chiamato a fare spettacolo e a tenere una serie di incontri sulla maschera di Pulcinella, spinge il burattinaio russo Andrei Chavel a riprendere gli spettacoli di Petruska. La maschera in questa nazione era scomparsa avversata innanzitutto dal regime sovietico poi disconosciuta dal padre dei burattinai sovietici, il grande maestro Sergej Obrazov. Dopo la visita del “cugino” Pulcinella, dal 1990, a Mosca si riascolta la stridula voce metallica di Petruska.

Bruno Leone con la struttura di cui è fondatore I Teatrini, che in questi anni ha assunto carattere di stabilità, oltre a produrre tutti i suoi spettacoli realizza il festival internazionale “La scuola di Pulcinella” programmato da ormai dieci anni, ospitato anche nella scorsa estate a Roma ne “Le vie dei Festival”, che presenta insieme momenti di spettacolo, mostre e incontri sulla maschera di Pulcinella e sulle maschere “gemelle” attive nei tanti Paesi del mondo. In attesa che anche a Napoli possa aprirsi una Casa stabile per Pulcinella, un teatro, come qualche tempo fa era stato promesso dal Comune di Napoli, Bruno Leone si lancia nel progetto per la realizzazione, nell’aprile del 2000 a Napoli, di una scuola internazionale per guarattellari, da gestire in collaborazione con l’Istituto della Marionetta di Charleville Mezieres. Il progetto va avanti da due anni , con grande successo, coinvolgendo circa venti nuovi burattinai, la “terza generazione del Pulcinella contemporaneo”. Tutto questo per “essere all’altezza dei tempi senza però perdere il carattere che abbiamo sempre avuto, senza diventare televisione. Di tornare ad avere nel 2000 la stessa forza che possedeva il Pulcinella di trecento o 500 anni fa . Lo  spettacolo di Pulcinella non appartiene al nostro mondo, al nostro mondo appartiene il computer, internet, e queste cose qua. Poi ci si ferma davanti ad una baracca, si incontra Pulcinella e si scopre che piace di più della televisione…”

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
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